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Dal 1° ottobre 2018 il servizio di denuncia di infortunio INAIL online sarà disponibile anche per i datori di lavoro del settore agricoltura; come prescritto dalla circolare n. 37 del 24/09/2018, pubblicata sul portale ufficiale dell'Istituto www.inail.it .

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CITTADINANZA, IL REDDITO NELLA TESSERA SANITARIA

L’assegno su carta elettronica

Come anticipato ieri dal Corriere, il reddito di cittadinanza fino a 780 euro al mese per i poveri «sarà messo su carta elettronica». L’ideale, ha aggiunto il ministro del Lavoro Luigi Di Maio parlando a Quarta Repubblica su Rete 4, «sarebbe usare la tessera sanitaria con il chip». Si ricorrerà alla carta tipo bancomat «perché questi soldi si devono spendere presso gli esercizi commerciali italiani per far crescere l’economia e limitare al massimo le spese fuori dall’Italia». Così, ha detto il ministro, «avremo un gettito Iva e un prodotto interno lordo superiore alle aspettative, perché inonderemo le piccole imprese e i commercianti». Di Maio ha anche spiegato attraverso quale meccanismo si restringerà al massimo la possibilità che il sostegno ai poveri vada agli stranieri: «Bisognerà essere residenti in Italia da almeno 10 anni».

 

Il premio per chi assume

I dettagli dell’operazione sono ancora da mettere a punto da parte degli esperti del ministero, tra i quali l’economista Pasquale Tridico, e si conosceranno solo quando il governo approverà la legge di Bilancio, entro il 20 ottobre. Molto dipenderà dalle disponibilità finanziarie. Si parla di 10 miliardi il primo anno, ma non è chiaro se in essi saranno ricompresi anche i fondi (un paio di miliardi) per potenziare i centri per l’impiego, che dovranno gestire l’erogazione del sussidio, ma anche il reinserimento lavorativo dei beneficiari. Per favorire quest’ultimo obiettivo si pensa a un incentivo per le aziende che assumeranno i titolari del reddito di cittadinanza. In pratica una parte, ancora da definire, del sussidio verrà incamerato dall’impresa che assume.

 

Tagliando dopo 18 mesi

Il reddito di cittadinanza durerà massimo tre anni, ma a metà percorso, dopo 18 mesi, ci sarà «un tagliando», cioè si verificherà se il beneficiario ha ancora titolo all’assegno fino a 780 euro. Quanto alla platea, detto che dipenderà dai soldi a disposizione, i tecnici osservano che bisogna riferirsi ai nuclei familiari piuttosto che agli individui, perché il sussidio sarà dato sulla base dell’Isee e non del reddito personale. L’Isee misura la ricchezza della famiglia, tenendo conto anche del patrimonio, esclusa la prima casa. Come riferimento base si ragiona su un Isee di 9.360 per i nuclei composti di una sola persona, che poi salirebbe in base alla numerosità della famiglia. Una volta ammessi al sussidio si riceverebbe la differenza tra il reddito che si ha e quello che si deve avere secondo il reddito di cittadinanza: 780 euro al mese per un individuo, cifra che salirà anche qui in base a quanto è grande la famiglia. L’assegno sarà pieno per chi vive in affitto mentre sarà più basso per chi ha la casa di proprietà. Chi riceve il sussidio dovrà impegnarsi in lavori di pubblica utilità, corsi di formazione e lo perderà se avrà rifiutato tre offerte di lavoro. Secondo le prime stime, saranno circa 1,8 milioni i nuclei familiari beneficiari del reddito di cittadinanza, compresi quelli che riceveranno la pensione di cittadinanza.

Pensione di cittadinanza

Il progetto prevede di aumentare tutte le pensioni (integrate al minimo, d’invalidità, sociali) che non raggiungono i 780 euro al mese. Anche qui, però, sulla base dell’Isee. Quindi se, per esempio, il marito prende una buona pensione e la moglie 600 euro, quest’ultima non vedrà il suo assegno aumentato a 780 euro, perché molto probabilmente l’Isee della coppia sarà superiore ai tetti che verranno stabiliti. Insomma, i paletti saranno molti e i controlli si annunciano severi, per evitare abusi. Tutto ciò, unito al fatto, che sia il reddito sia la pensione di cittadinanza difficilmente potranno partire prima di marzo-aprile, dovrebbe concorrere a contenere la spesa. Dividendo 8 miliardi, ammesso che alla fine sarà così, per 1,8 milioni di famiglie, significa che ogni nucleo dovrebbe ricevere in media meno di 500 euro al mese (per 9 mesi nel 2019) di integrazione del reddito familiare.   


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Il reddito di cittadinanza inizia a prendere forma. In attesa che si sciolga il nodo delle risorse necessarie a finanziarlo, il cantiere della principale proposta del Movimento Cinque Stelle va avanti. Con alcune novità. La prima, è che per ottenere il sussidio di 780 euro al mese, servirà la cosiddetta «prova dei mezzi». Bisognerà, cioè, dimostrare di essere povero. Lo strumento individuato è quello dell'indicatore Isee, la situazione economica sintetica, già utilizzato anche per il Rei, il reddito di inclusione voluto dal governo Gentiloni.

L'asticella dell'Isee potrebbe essere fissata attorno a 7-8 mila euro, in modo da coprire una platea più ampia di quella del Rei che, con 6 mila euro, raggiunge 700 mila famiglie. La proposta del Movimento Cinque Stelle del 2013 non prevedeva soglie Isee, ma soltanto l'obbligo di presentare la dichiarazione e un'autocertificazione del proprio stato di povertà. La seconda novità è, in realtà, una conferma. Un paletto chiesto dalla Lega e inserito anche nel contratto di governo: il reddito sarà a tempo. Potrà essere percepito al massimo per tre anni. Come annunciato poi nei giorni scorsi da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sarà assegnato solo agli italiani. O meglio, come ha spiegato il vice premier grillino in un'intervista al Fatto, soltanto a coloro (dunque stranieri compresi) che sono residenti in Italia da almeno dieci anni.

LO SCOGLIO

Su questo punto non ci sarebbero problemi di costituzionalità. Secondo diverse sentenze della Corte di giustizia, le attuali regole europee sul coordinamento dei sistemi di welfare, cioè l'ambito in cui rientrano il reddito minimo e quello di cittadinanza, lasciano agli Stati membri la libertà di organizzare il proprio sistema come meglio credono e di rivolgerlo alla platea che ritengono, stabilendo al tempo stesso che la libera circolazione non significa automaticamente diritto all'accesso ai sistemi di assistenza dei singoli Paesi. Sul fronte del finanziamento del reddito di cittadinanza, in attesa di conoscere i margini di deficit che saranno concessi dal ministro dell'Economia Giovanni Tria, si continua a studiare l'utilizzo dei fondi attualmente destinati ad altre misure: i 2,7 miliardi di euro del Rei; i 2 miliardi circa della Naspi, l'assegno di disoccupazione; i 500 milioni della social card. Sul piano politico però, le distanze tra Lega e Cinque Stelle sulla misura rimangono. Anzi. I grillini iniziano a sospettare che gli attacchi quotidiani di Alberto Brambilla, uno dei più ascoltati consiglieri economici di Matteo Salvini, al reddito di cittadinanza, non siano solo farina del suo sacco, ma sarebbero ispirati dagli stessi vertici del Carroccio. Brambilla, insomma, è il sospetto, sarebbe stato incaricato di logorare la proposta grillina.


LA STRATEGIA

Intanto, come già anticipato dal Messaggero, si starebbe rafforzando l'idea di varare un decreto ad hoc per la pace fiscale. Per introdurre il «saldo e stralcio» dei debiti con il fisco. Si tratterebbe di un provvedimento dedicato, da collegare alla manovra. La scelta sarebbe dettata, tra l'altro, dalla volontà di mettere a punto una legge di bilancio snella, così come indicano le nuove norme, e di affiancarla a vari ddl collegati «per materia». Anche il reddito di cittadinanza potrebbe quindi viaggiare in autonomia, ferma restando la copertura da indicare in manovra. Ieri, inoltre, sul condono previdenziale da inserire nella legge di bilancio, è intervenuto il presidente dell'Inps, Tito Boeri. La misura, secondo Boeri, «è pericolosissima, un'operazione suicida» che «rischia di vanificare i risultati raggiunti finora». Inoltre, aggiunge il presidente dell'Inps, «darebbe la possibilità a chi non ha versato i contributi di sanare la situazione in modo agevolato. Indebolirebbe la compagna di contrasto all'evasione e farebbe aumentare le prestazioni perché si matura il diritto ad andare in pensione prima e con importi più elevati. Aumenta la spesa e indebolisce le entrate».  


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Lo sapevi che ci sono 5 modi per andare in pensione anticipatamente? Vediamo insieme quali sono e i requisiti necessari.

Il tema della riforma delle pensioni, come ben sappiamo, rimane al centro dell’attenzione. Tuttavia, non è ancora chiaro quali delle misure proposte dal Governo verranno inserite nella Legge di Bilancio 2019.

Nonostante non si sia ancora capito come superare la legge Fornero, ci sono già diversi modi per andare in pensione anticipatamente, l’importante è soddisfare determinati requisiti anagrafici e contributivi.

Come evidenziato nello studio pubblicato dalla testata economico finanziaria Money.it, oggi esistono almeno cinque modalità diverse per andare in pensione anticipatamente.

Tra le diverse opzioni troviamo la Quota 41, la pensione anticipata INPS, la pensione anticipata contributiva, quella di vecchiaia e quella contributiva:

Vediamo quali requisiti sono necessari per andare in pensione anticipatamente con gli strumenti che abbiamo attualmente a disposizione.

Pensione, come andarci prima: le soluzioni migliori per andare in pensione anticipatamente

Come abbiamo appena accennato esistono diversi modi attualmente che consentono ad alcune categorie di lavoratori di andare in pensione prima del compimento dei 66 anni e 7 mesi.

L’importante è soddisfare alcuni requisiti anagrafici e contributivi necessari per andare in pensione anticipatamente.

Tra le varie opzioni un’ottima soluzione è sicuramente quella della Quota 41che consente a chi ha maturato 12 mesi di contributi prima dei 19 anni di età di andare in pensione con 41 anni di contributi.

La seconda opzione è quella di decidere di beneficiare della pensione anticipata INPS per la quale sono richiesti:

  • 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini;
  • 41 anni e 10 mesi per le donne.

Poi c’è l’opzione della pensione anticipata contributiva che prevede la possibilità per chi rientra nel sistema contributivo puro ed ha maturato un assegno previdenziale di importo superiore a 2,8 volte l’assegno sociale di smettere di lavorare anticipatamente.

Pensione anticipata: la pensione di vecchiaia e la pensione di vecchiaia contributiva

Tra le altre opzioni per andare in pensione anticipata troviamo:

  • la pensione di vecchiaia;
  • la pensione di vecchiaia contributiva;
  • l’APE Sociale.

La pensione di vecchiaia consente a chi ha compiuto 66 anni e 7 mesi di età e che ha versato almeno 20 anni di contributi di smettere di lavorare in anticipo.

La pensione di vecchiaia contributiva che prevede la possibilità per chi ha compiuto 70 anni e 7 mesi che hanno versato almeno 5 anni di contributi di andare in pensione anticipata.

C’è poi l’APE Sociale che consente solo ad alcune categorie di lavoratori come, i disoccupati, i caregivers, gli invalidi al 74% ed ai lavoratori usuranti e gravosi che hanno versato almeno 30 anni di contributi e che hanno 63 anni di età di smettere di lavorare in anticipo. 


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Nel Decreto Dignità sgravio contributivo al 50% per assunzioni di under 35 al primo contratto indeterminato: il nuovo bonus è compatibile con altri incentivi.

Nuovo beneficio contributivo per i datori di lavoro che assumono giovani a tempo indeterminato: questa volta riguarda chi non ha ancora compiuto i 35 anni di età e non ha mai avuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato. La norma è fra quelle inserite nel Decreto Dignità (87/2018,articolo 1-bis) convertito in legge nell’agosto scorso, e si aggiunge agli incentivi contributivi già previsti per le assunzioni negli ultimi anni.

Si applica esclusivamente alle assunzioni che verranno effettuate nel 2019 e 2020, con una riduzione dei contributi del 50%, per un periodo massimo di 36 mesi e fino a un massimo di 3mila euro all’anno. Restano esclusi dall’agevolazione (e quindi si versano) i contributi INAIL.

Si tratta, in parole semplici, di un incentivo alla prima assunzione stabile di giovani fino ai 35 anni di età: sul fronte del paletto anagrafico la norma è molto chiara, e prevede che l’agevolazione sia utilizzabile se alla data dell’assunzione il lavoratore non ha ancora compiuto 35 anni. Come detto, deve trattarsi di un primo impiego a tempo indeterminato: è quindi compatibile, ad esempio, con precedenti contratti a termine. Parimenti, la legge prevede espressamente che lo sconto contributivo sia utilizzabile anche in caso di precedenti contratti di apprendistato, sempre che non siano proseguiti in lavori a tempo indeterminato.

Altro punto importante: il testo della norma (comma 1) prevede che lo sgravio contributivo necessiti di un’assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti. Questa precisazione sembra escludere dall’agevolazione un eventuale assunzione in cui le parti stabiliscano invece un contratto a tempo indeterminato tutelato dall’articolo 18.

Il testo definisce le condizioni minime che bisogna applicare per ottenere l’agevolazione, ma si attendono precisazioni all’interno del decreto attuativo, che è comunque necessario per far partire la norma.

Il provvedimento attuativo del ministro del Lavoro è previsto entro 60 giorni dal 12 agosto, entrata in vigore della legge di conversione.  


Cassazione Penale, Sez. 4, 25 giugno 2018, n. 29144 - Poncho a frange della lavoratrice impigliato nell'albero motore di un telaio tessile. Mancanza di un adeguato dispositivo di protezione

In questa sentenza la Suprema Corte ha evidenziato che "l'art. 71 D.Lgs. 81/2008 fa obbligo al datore di lavoro -o al suo delegato alla sicurezza- di verificare la sicurezza delle macchine introdotte nella propria azienda e di rimuovere le fonti di pericolo per i lavoratori addetti all'utilizzazione di una macchina, a meno che questa non presenti un vizio occulto".

Nella specie "il rischio non era stato adeguatamente fronteggiato, atteso che non veniva scongiurato il rischio che il lavoratore, anche solo accidentalmente o per distrazione, potesse avvicinarsi all'albero di rotazione in movimento, essendone eventualmente trascinato in caso di incaglio. L'unico modo per evitare detto rischio era quello di approntare un dispositivo di protezione da applicarsi allo stesso macchinario, in modo da impedire l'avvicinamento alle parti in movimento, e non affidare solo a uno specifico obbligo di attivarsi del lavoratore il funzionamento in sicurezza". Tale dispositivo "fu introdotto però solo dopo l'incidente (a riprova del fatto che era possibile attivarsi per consentire una volta per tutte l'impiego in sicurezza del telaio), e deve ragionevolmente escludersi che, se esso fosse stato già applicato sul macchinario in uso alla L.P., l'incidente si sarebbe ugualmente verificato". 


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Nell’ambito della conversione in legge del Decreto Dignità, o come altro vorrete chiamarlo, il Legislatore ha pensato bene di dare una nuova spinta all’occupazione giovanile. Lo ha fatto ricalcando, in qualche modo, la disposizione già presente per l’anno in corso, e introdotta ex L. 205/2017. La chiave è, come sempre, lo sgravio contributivo; l’oggetto riguarda l’assunzione di giovani che non abbiano ancora compiuto i 35 anni di età.

Per gli anni 2019 e 2020, misura quindi non strutturale ma a tempo, i datori di lavoro che assumeranno tali lavoratori con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, soggetti ritenuti svantaggiati nell’ambito del mercato del lavoro, avranno la possibilità di usufruire di un esonero dal versamento del 50% dei complessivi contributi previdenziali a loro carico; il tutto per 36 mesi, ma nel limite massimo di 3.000 euro su base annua, riparametrato e applicato su base mensile. Conditio sine qua non, è che il soggetto assunto non sia mai stato occupato, a tempo indeterminato, con il medesimo o con altro datore di lavoro; non valgono a tal fine eventuali rapporti di apprendistato non trasformati in contratti a tempo indeterminato.

Come anticipato la misura non è nuova, ma si muove sul solco di quella tutt’ora in vigore ma in scadenza col 2018. Ma da questa eredità, inevitabilmente, il problema di fondo: la verificabilità del requisito, nel giovane, riguardante l’assenza del sopra citato contratto. È vero che è possibile procurarsi la scheda professionale, tramite il Centro per l’Impiego, così come appare opportuno farsi rilasciare un’apposita dichiarazione circa tale presupposto; ma è altrettanto vero che sarà comunque il datore di lavoro, in caso di riscontrata inesistenza del requisito, a subire le conseguenze immediate.

Per fortuna, ad eccezione di tale “rischio”, la struttura burocratica di tale forma di assunzione agevolata appare abbastanza snella. Rispetto ad altre situazioni, in cui la nostra burocrazia è riuscita a dare il meglio di sé, ci si può accontentare.

Tutti conosciamo, in fondo, la situazione lavorativa precaria di molti dei nostri giovani; così come abbiamo coscienza dell’aggravio di costi (leggasi cuneo fiscale e contributivo) che le aziende devono sostenere per ogni lavoratore. Un taglio a tale cuneo è, quindi, casa buona e giusta; punto di riferimento, inutile dirlo, sarebbe invece una sua riduzione strutturale, la quale, come tutti sanno o dovrebbero sapere, può solo passare attraverso una corretta riduzione della spesa pubblica (la tanto reclamizzata, ma poco praticata, spending review).

La spinta è, naturalmente, verso un contratto stabile (tempo indeterminato) nella nuova versione a tutele crescenti, in ciò condividendo lo spirito con quanto modificato, dal medesimo decreto, sul tema del contratto a termine. La differenza, a mio modesto parere, sta tuttavia nel fatto che, sia pure animati dalla stessa ratio, i due provvedimenti vanno, sul piano pratico, in senso opposto: buono ai fini occupazionali lo sgravio per assunzione giovani; di ordine negativo, sul medesimo piano, quello relativo alle restrizioni al contratto a termine.

Sarà il futuro, con i suoi incontrovertibili dati sull’occupazione, a dirci se questo giudizio è corretto o meno. Gli scenari macroeconomici, già dal prossimo autunno, non sembrano dei migliori; il test sui citati provvedimenti sarà probabilmente parecchio duro. Speriamo bene …  


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