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Dopo ammortizzatori sociali e fisco il governo apre un altro cantiere, quello delle pensioni.

Da qui a 5 mesi finisce infatti la sperimentazione di “quota 100” e sono sempre più forti le pressioni di sindacati e di forze politiche, affinché si mettano in campo nuovi meccanismi di uscita flessibile dal lavoro.

Dalle forme di flessibilità pensionistica in uscita per il “dopo Quota” fino alla proroga dell’Ape sociale, alla pensione di garanzia per i giovani e agli incentivi per rilanciare la previdenza complementare. E nutrito il menù di opzioni e possibili misure, compresa una nuova edizione della cosiddetta “pace contributiva”, che è al centro del tavolo sulla previdenza. Con un orizzonte già ben visibile: quello della legge di bilancio da varare a ottobre. Anche perché alcuni interventi non potranno comunque essere rimandati per troppo tempo visto che a fine anno si conclude la sperimentazione triennale dei pensionamenti anticipati con almeno 62 anni d’età e 35 di contribuzione, introdotta dall’esecutivo “Conte 1”. In caso contrario il ritorno integrale alla legge Fornero sarà automatico. Con il trascorrere delle settimane diventa più intenso il pressing dei sindacati e di una parte della maggioranza per garantire dal 2022 la possibilità di uscita con 41 anni di contributi o, comunque, con 62-63 anni d’età. Ma il ministero dell’Economia non appare disposto a far passare interventi troppo costosi, anche per evitare contrasti con Bruxelles, che vigila con attenzione sul capitolo previdenza. Meno in salita appare invece la strada per il rafforzamento delle tutele previdenziali dei lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti e per una proroga dell’Ape sociale, in versione potenziata.

Sindacati e Lega spingono Quota 41

La cosiddetta Quota 41 non è altro che la possibilità di uscire dal lavoro al raggiungimento dei 41 anni di contribuzione a prescindere dall’età anagrafica. A spingere già da tempo per questa soluzione è la Lega. Ma anche i sindacati sono favorevoli a questa ipotesi per provare a rendere agibile un’altra via d’uscita oltre a quella proposta con un nuovo meccanismo flessibile per le uscite a partire dai 62 e 63 anni. Secondo i calcoli fatti l’Inps questa misura sarebbe però molto costosa: oltre 4,3 miliardi il primo anno per poi arrivare a superare i 9,2 miliardi alla decima annualità.

L’uscita tutta contributiva con 64 anni d’età

Un’altra opzione sul tavolo è quella modellata sulla falsariga del percorso d’uscita anticipata tracciato dalla stessa riforma Fornero per i soli lavoratori con anzianità esclusivamente contributiva: pensionamento anticipato accessibile a tutti coloro che sono in possesso di 64 anni d’età e 36 di contributi (prevedendo un assegno totalmente “contributivo”) o, in alternativa con 64 anni d’età, 20 di versamenti e un importo minimo del trattamento di almeno 2,8 volte l’assegno sociale (e sempre in completa configurazione contributiva). L’impatto finanziario di un intervento di questo tipo, stando alle simulazioni dell’Inps, sarebbe di 1,2 miliardi il primo anno con un picco di 4,7 miliardi nel settimo anno. A suggerire di prendere in considerazione la strada dell’uscita con 64 anni era stata nelle scorse settimane pure la Corte dei conti. E questa ipotesi, con qualche piccola differenza, faceva parte anche del pacchetto di opzioni messo a punto dalla Commissione tecnica istituita a suo tempo dall’ex ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, con l’obiettivo di fornire le indicazioni necessarie per riformare il sistema previdenziale.

L’anticipo a 63 anni della sola quota contributiva targato Tridico

Tra le proposte più recenti c’è quella caldeggiata dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che prevede un anticipo pensionistico per la sola quota di pensione “contributiva” maturata al raggiungimento dei 63 anni d’età (con almeno 20 anni di versamenti) e un importo minimo dell’assegno pari a 1,2 volte l’assegno sociale. L’eventuale fetta retributiva verrebbe poi corrisposta con l’arrivo alla soglia dei 67 anni d’età. Sempre secondo le stime dell’Inps, questa ipotesi è quella che presenta i costi più bassi perché si partirebbe il primo anno con 443 milioni per arrivare a poco più di 2 miliardi nel decimo anno.

Corsia preferenziale per le mansioni faticose con ulteriore sconto

Come è noto, il ministero dell’Economia non sembra troppo affascinato dall’idea di aprire la strada a interventi troppo costosi, anche perché quello della previdenza resta un capitolo su cui vigila con attenzione la commissione Ue. Tra i tecnici di via XX Settembre viene considerata una strada abbastanza indolore quella che contempla una proroga dell’Ape sociale, magari in versione rafforzata, e un’estensione della platea dei lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti (e forse anche i cosiddetti “fragili”) per i quali è già previsto un canale d’uscita in qualche modo agevolato. Questo “dispositivo” potrebbe anche essere potenziato con un ulteriore sconto di un anno ogni dieci anni lavoratori o agendo sui coefficienti di trasformazione (che contribuiscono al calcolo dell’assegno). I costi di un intervento di questo tipo sommati a quelli di un prolungamento dell’Ape sociale potrebbero oscillare, a seconda della fisionomia definitiva delle misure da adottate, dai 400 agli 800 milioni l’anno.

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